Il nostro ricordo di Gianni Mura con il suo necrologio per Marco Pantani

Gianni Mura, il più grande giornalista sportivo italiano, ci ha lasciato oggi. Lo ricordiamo pubblicando per tutti voi quello che a nostro parere è l’apice della sua carriera: i due articoli scritti per la morte di Marco Pantani. Il primo la sera stessa dell’evento e il secondo il giorno dopo. E come lui scriveva, ti sia lieve la terra.

Primo articolo, il giorno della morte

Marco Pantani ha cominciato a morire quella mattina del ‘ 99, a Madonna di
Campiglio. Non ha accettato la positività, non ha accettato niente di quello
che gli capitava. Tanti altri corridori, invischiati nelle faccende dell’ ematocrito,
del doping, si sono fermati e sono ripartiti. Lui no. Lui, il re delle salite, si è
specializzato nelle discese. Agli inferi, ai paradisi artificiali, a tutto quello che
lo nascondeva all’ opinione pubblica, ai giornalisti, ai giudici. Si è sempre più
isolato, la sua fuga ha avuto distacchi crescenti.

E ogni tanto, su questo o quel giornale, su questa o quella televisione, gli
appelli: Marco, torna. Appelli giusti, perché il ciclismo senza Pantani era ed è,
così appare in questo momento tristissimo, una minestra assolutamente
senza sapore. Un palcoscenico senza un primattore, con volenterosi
caratteristi che però non riescono a dare una scossa al cuore del pubblico.
Pantani ci riusciva benissimo, era la sua grande specialità. Pantani sulle
salite era l’ equivalente dell’ acrobata senza rete. Un rituale, con cadenze
quasi mistiche. La spoliazione, per esempio: via il berrettino, via la bandana,
a un certo punto via anche gli orecchini. Era come un samurai.

Ed erano gli altri a saltare per aria. Erano gli altri a non reggere il suo passo, che all’ inizio sembrava quello sghembo, di un arrotino, lo zigzagare incerto di un aratro,
ma più la salita assumeva pendenza più diventava una condanna, una
specie di campana a morto per chi doveva inseguire e non ce la faceva
assolutamente a tenere quel ritmo. Un giorno, al Tour, gli avevo chiesto:
«Perché vai così forte in salita?». E lui ci aveva pensato un attimo e aveva
risposto, questo non riesco a dimenticarlo: «Per abbreviare la mia agonia».

Ecco, pensando a questa frase ho fatto i calcoli: la sua agonia è durata
qualcosa meno di cinque anni. Però è stata un’ agonia. Pantani è stato
troppo grande in bicicletta per accettare di essere piccolo, peggio di essere
rimpicciolito per legge, di essere uno come tanti. Non era questa la
vocazione, non era questo il suo destino. La sua vocazione era quella di
svegliare le montagne, di essere paragonato a un fossile, Pantadattilo l’
avevo battezzato un giorno, perché mi dava l’ impressione di un animale
preistorico, una specie di Godzilla su due ruote, qualcosa che rompe l’ asfalto
delle strade nuove, le regole del nuovo ciclismo (che l’ hanno portato dove l’
hanno portato, per inciso) e riporta ai tempi eroici, a quelli di Binda, o più
ancora, più lontano, di Giovanni Gerbi detto il Diavolo Rosso, che somigliava
nel fisico, nella pelata a Pantani. E questa pedalata di Pantani era un
linguaggio universale, non a caso i francesi, con la loro puzza sotto il naso in
fatto di ciclismo e non solo, l’ avevano adottato.

Saltavano sui tornanti del Galibier o del Plateau de Beille esattamente come i romagnoli, i bergamaschi, i liguri. Pantani era uno spettacolo, e chi l’ ha visto, in quegli
anni, soprattutto nel magico ’98, l’ accoppiata Giro-Tour, non se lo può
dimenticare. Era un corridore diverso dagli altri, come uno che vuole essere
diverso. Anche questo soprannome di Pirata, che s’ era scelto, quel cranio
rasato a zero anche quando il sole dei Pirenei avrebbe raccomandato
prudenza. Lo scalatore di Cesenatico, si usava dire. Ma i nonni venivano da
Sarsina, un paese dell’ Appennino romagnolo dove ancora ci sono le
processioni per salvare gli indemoniati, e al loro collo si mette il collare di San
Vicinio.

Il paese di Plauto, anche, ma Pantani non aveva maschere. Aveva
solo la sua faccia, normale, gli occhi profondi, un po’ liquidi, le orecchie
larghe, a sventola. Da ragazzino, raccontava, andava sempre a scuola col
coltello in tasca, «per difendere i più deboli». Non ho mai indagato oltre. Ha
avuto tanti incidenti, in carriera: si è spaccato le gambe, si è rotto
dappertutto, si è sempre rimesso in piedi. A Madonna di Campiglio è stato
come tagliato in due, non si è più rimesso in piedi. Ha accusato il mondo di
accanimento nei suoi confronti, e forse un po’ aveva ragione. Ma lui era
qualcuno di molto grosso, nell’ acquario del ciclismo, e il pesce grosso fa più
notizia.

Questa, stanotte, è l’ ultima volta che fa notizia, ed è una brutta
notizia per quelli che nonostante tutto hanno continuato a volergli bene, quelli
che, come me, si erano abbonati a una formula di comodo (lo considero disperso in Russia) per non ammettere fino in fondo l’ inquietudine, il
dispiacere. Da anni si sapeva delle cosidette cattive compagnie, delle droghe
non solo ciclistiche, dei privé delle discoteche, i carissimi amici che forse non
erano tanto amici, ma chi si può assumere il diritto di andare a consigliare un
disperato? Perché, sostanzialmente, questo era Pantani. In cima al mondo
con la sua bici, e nessuno senza la sua bici, e poche le possibilità di tornare
a essere qualcuno con quella bici.

I tentativi li aveva fatti, anche all’ ultimo Giro d’ Italia, per quanta buona volontà ci avesse messo, aveva finito al quattordicesimo posto. Non era da lui. Adesso, in un paragone probabilmente esagerato, dovuto all’ ora tarda o al dolore, si può dire che
Pantani senza bicicletta era come l’ albatro di Baudelaire. Adesso, che non si
sa di preciso come è morto, si può dire che raggiunge i ciclisti morti di
malamorte, di morte strana: Pellissier steso a revolverate dall’ amante, Poitier impiccato nel garage per una delusione d’ amore, Robic ridotto a fare l’uomo-cannone al circo, e poi schiantatosi in auto in una curva, Ocana che siè tirato una fucilata in bocca nelle sue vigne di Villeneuve de Marsan.

Adesso si può dire, ma è tardi (è tardi per moltissime cose, è troppo tardi) che a Marco Pantani è venuto a mancare Pezzi, la sua stella polare e anche morale, l’ unico che era riuscito a spronarlo, a fargli fare la vita del corridore, ad avere un’ influenza su di lui anche da morto, tanto è vero che il Tour del ’98 Pantani lo aveva dedicato alla memoria di Pezzi. E tutti continuavano ogni tanto a dire Marco torna, ma non poteva tornare. Ormai si era isolato inun mondo suo, con delle regole sue. Giravano leggende metropolitane, anzi romagnole: è sempre in palestra, sta pensando al body building.

Io continuavo a darlo per disperso, sapevo che non sarebbe più tornato, e
sapevo, anche se è facile dirlo adesso, che sarebbe finito male. Non così
presto però, in questo modo no, non lo aspettavo. Se ne riparlerà, è
inevitabile, si sta parlando di una morte che addolora tutti, che non si sa
ancora a cosa attribuire, se a un gesto volontario, a un errore. Resta
emblematico il nome dell’ ultima scena, che non era una salita: le Rose.
Sono fiori romantici.

Altri osserveranno che è triste morire da soli la notte di San Valentino. Morire da soli è triste, comunque, in qualunque notte. E Pantani, negli ultimi anni, era un uomo molto solo, anche se attorno poteva avere tanta gente. Era la solitudine di chi non riesce più ad accettarsi così com’ è, e nemmeno la vita che questo comporta. Gli sia lieve la terra, al fondo di questa lunga discesa. Diventerà un mito, probabilmente. Come
quelli che muoiono troppo presto, come quelli che non si sa perché muoiono.
Avrei preferito vederlo invecchiare, e bere un bicchiere di Sangiovese con lui, da qualche parte sulle sue colline.

Secondo articolo, il giorno dopo

Fare l’elastico, nel gergo del ciclismo, è perdere contatto dal
gruppetto o dal gruppo, e poi riaccodarsi, e staccarsi di nuovo,
e riaccodarsi. Pantani ha fatto l’elastico col ciclismo (e con la
vita, ma allora non si poteva immaginare) dalla mattina del 5
giugno 1999.

Adesso siamo al voyeurismo della cronaca, che coincide con
quello del cuore. Le pasticche di ansiolitici, lui in jeans e a
torso nudo, lui con un rivolo di sangue alla bocca (forse), lui
che scrive sui fogli di carta del residence (non si sa cos’abbia
scritto, ma è sintomatico che abbia scritto), lui senza
telefonino, ultima cena un’omelette con prosciutto e
formaggio (un piatto da atleti in attività). E i fiori davanti al
residence, gli applausi notturni al furgone che lo porta via
verso l’obitorio, la sorella Manola che grida a tutti di andare
via, non c’è niente da vedere. Ma c’è molto da pensare su
quell’ultima notte di quiete.

Il mondo piccolo della Romagna, la riviera spoglia, fuori
stagione. Una stanza al quinto piano di un residence. Non la
villa di Cesenatico, forse troppo grande e fitta di ricordi. Non
il rifugio di Saturnia, non quello di Predappio. Ancora Rimini,
l’universo notturno su cui Pantani andava regolarmente a
sbattere come una farfalla disposta a bruciarsi. Sesso e droga
in maxidosi, rock ‘n roll forse.

La fine di Pantani può evocare quella di stelle della musica.
Jim Morrison, Janis Joplin, l’amato (da Pantani) Charlie
Parker. Ma un ciclista (questo è stato, non dimentichiamolo, e
a suo modo dispensatore di musica e poesia, anche questo non
dimentichiamo) è più legato alla terra. Otto mesi fa Pantani
era ancora in gruppo, dopo tanto elastico.

Dopo Campiglio,era obbligato a fermarsi 15 giorni per ematocrito alto, nessuna squalifica, solo una pausa per tornare ai valori giusti. Si è
fermato un anno, che ne vale dieci per un ciclista. Bastava che
tornasse in sella, che dicesse ho sbagliato, come tanti, troppi.
Ma non l’ha fatto ed era penoso, per chi l’aveva ammirato e
amato, prendere atto di questo rifiuto, di questa sosta dilatata,
come se la cicatrice, lo sfregio all’immagine pubblica
dell’erede di Coppi, fosse troppo profonda per rimarginarsi a
comando.

Era penoso e non c’era molto da fare. Non lo dico per
alleggerirmi la coscienza. Ho provato parecchie volte a
cercare Pantani, non s’è mai fatto trovare e alla fine ho pensato
che non lo avrei cercato più, perché il rispetto di una persona
è anche rispetto delle sue scelte: l’isolamento, per dirne una.

Che era, poi, l’allontanarsi da tutto quello o quelli che gli
ricordavano il periodo d’oro.

Secondo Arrigo Sacchi Pantani è stato vittima della stampa,
secondo Eddy Merckx dei giudici. Non sono frasi leggere,
anzi sono pietre, beati loro che sono così sicuri, che hanno la
verità pronta. Io penso che Pantani è stato vittima di un
cocktail in cui si può mescolare di tutto, ma l’ingrediente
principale resta la sua mancanza di forza. Pantani s’è perduto
e non s’è ritrovato perché non poteva ammettere una semplice
ma pesante verità. Fatta non di congiure, di complotti, ma di
un prelievo di sangue maggiorato. Certo non era la sola
pecora nera in un gruppo di pecore bianche. Ma è stato una
pecora nera che non riconosceva neppure per un attimo di
essere nera, un dio tirato giù dal cielo.

Noi pensiamo che i campioni dello sport siano fortissimi
sempre. Lo sono nello sport, dove ascese e cadute sono
all’ordine del giorno, ma nella vita possono essere fragilissimi.
Si può attraversare un oceano e annegare in una pozzanghera,
si possono scalare le montagne più aspre e inciampare in un
gradino. Lo sport è la ricerca, anche enfatica, del superuomo,
che batte gli avversari e cancella i ricordi.

L’uomo è un impasto più delicato e di difficile lettura: per
l’uomo ci sono la famiglia, gli amici, se ne ha, i medici, gli
psicologi, le cliniche. Penso che Pantani è andato a Cuba da
Maradona a far qualche giorno e notte di bella vita (che tanto
bella non è, è come veder le stelle in fondo a un buco).

Penso che i più grandi talenti dei due sport più popolari
nell’ultimo decennio del secolo scorso hanno conosciuto le
stesse grandezze e le stesse miserie. Ma Maradona è più di
scorza dura, è un tribuno, può abbracciare Castro e attaccare
gli Usa, o Menem, o Blatter.

Maradona sa rompere il silenzio, il giorno della morte di
Pantani era in bermuda a inaugurare una sciovia. Pantani ha
scelto il silenzio come protesta, come difesa, come compagno.
Ma che sport è mai questo, su quali regole poggia, dove può
condurre? Ogni tanto dovremmo chiedercelo tutti.

Dovremmo chiedercelo mentre Pantani passa in un’altra
dimensione, anzi due: quella della morte, in una ritrovata e
definitiva innocenza, e quella della leggenda.

Il ciclismo ha i suoi santuari senza croci, crescono ai bordi delle strade: e
saranno, per Marco, sul Mortirolo, a Montecampione, a
Oropa, a Piancavallo, sull’Alpe d’Huez, sul Galibier, sul
Plateau de Beille, e saranno in quel tuffo del sangue che arriva
quando un uomo solo va via in salita (ma non sarà la stessa
cosa, non prendiamoci in giro, uno come Pantani non ci sarà
più).

Ciao Pirata, anche nei momenti più belli segnato da un’ombra
presaga. Le emozioni non si cancellano e non ritiro una parola
di quelle che ho scritto al Tour del ’98. So che ti sei lasciato
andare e poi lasciato morire, e che questa sofferta deriva,
quest’elastico sulla corda tesa, queste curve sul buio, altro che
la discesa dell’Aspin, meriterebbero un silenzio che il mio
mestiere non consente.

Però Marco Pantani, per quello che ha fatto in vita, merita che
si rifaccia come Orio Vergani con Coppi. Il grande
Pantadattilo ha chiuso le ali.

Ti sia lieve la terra, Gianni.

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